Robot come badante per anziani

Lea Mina Ralli, per tutti nonna Lea, a 94 anni è la prima anziana d’Italia con un robot come badante. Mister Robin, così l’ha battezzato, è blu, ha le rotelle, un collo lungo e, al posto della faccia, uno schermo da cui ogni tanto appare qualcuno in video-collegamento: il dottore, i figli, gli amici che, con un programma alpe, possono telecomandare il robot a distanza e muoversi per le stanze, come se fossero lì. «Quand’è entrato in casa, sono rimasta perplessa. M’aspettavo una specie di maggiordomo e mi sono trovata davanti questo coso, che non ha neppure le braccia. Invece, da quando c’è lui mi sento più sicura: bellissima invenzione» – ha dichiarato la nonnina. Scopriamo insieme che cos’è un robot come badante per anziani.

Un robot come badante per anziani: mondo reale o virtuale?

«È il mio angelo custode» racconta questa signora dallo spirito di una ragazzina. «Controlla ciò che faccio, osserva quanto dormo o se mangio abbastanza, vigila che vada tutto bene, per esempio che non resti il gas acceso, monitora la mia salute, registrando la pressione, e in caso d’emergenza, per esempio se s’accorge che sono caduta, lancia l’allarme». Dallo scorso ottobre nonna Lea sta sperimentando questa nuova tecnologia – sviluppata dal consorzio internazionale GiraffPlus – nella sua casa di Roma.

«L’obiettivo è testare il sistema in un contesto reale e per un periodo continuativo, per vedere cosa funziona e cosa può essere migliorato, prima che sbarchi sul mercato» dice Gabriella Cortellessa, ricercatrice dell’Istituto di scienze e tecnologie cognitive del CNR e referente scientifica del progetto, finanziato per 3 milioni di euro dalla Commissione europea. Una bella somma: la dimostrazione che i robot per anziani sono la partita su cui si gioca il futuro in una società che invecchia e dove il costo dell’assistenza domiciliare rischia di diventare insostenibile. «Abbiamo selezionato 15 anziani che vivono soli, con qualche acciacco ma ancora autonomi» prosegue Cortellessa. Nonna Lea, segnalata dall’Asl Roma A, è parsa subito una candidata ideale. Entusiasta e super-tecnologica. Ha un blog, una casella di posta elettronica e un profilo Facebook. Passa ore al computer scrivendo libri, racconti, poesie. «A 75 anni, rimasta vedova, mi sono iscritta all’università della terza età per acquisire un po’ di dimestichezza con l’informatica». Con un carattere così aperto, affidarsi alle cure di un robot non è stato difficile, ma il sistema è accessibile anche per analfabeti digitali, come un elettrodomestico. «Si compone di un insieme di sapori ambientali che raccolgono informazioni, le combinano grazie a tecniche di intelligenza artificiale e le trasmettono in modalità wireless a operatori sanitari e familiari, che in qualunque momento possono connettersi in telepresenza» spiega la ricercatrice. Per nonna Lea è stata la soluzione vincente. Non voleva saperne di lasciare la casa dov’è sempre vissuta per trasferirsi dalla figlia o, peggio, in un ospizio.

«Sto bene qui, tra queste mura ci sono tutti i miei ricordi» spiega. Ma perché non prendere una vera badante? «Quella che avevo si ubriacava, ora non mi fido più. Se Mister Robin spazzasse in terra sarebbe perfetto, invece sono io che devo spolverare lui».

Lo scopo è sostituire gli umani?

È così: i robot per l’assistenza sono un aiuto efficiente e fidato, ma non risolvono la maggior parte delle necessità di un anziano, come farsi il bagno, vestirsi o cucinare, mansioni per svolgere le quali chiunque è più abile di una macchina. D’altra parte, lo scopo non è sostituire gli automi agli umani, quanto offrire servizi utili per migliorare l’indipendenza e la qualità della vita. Ma prototipi all’avanguardia bussano alle porte. Per esempio, la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa ha sviluppato tre sistemi robotici avanzati, in grado di interagire tra loro. Si chiamano Oro, Doro e Coro: uno fa il domestico di casa, l’altro il portiere condominiale e il terzo l’operatore esterno. Sanno fare un sacco di cose: portare il giornale o le medicine, gettare la spazzatura, fare shopping, accompagnare nelle passeggiate. Il trio è stato testato su 70 ultra65enni nel Laboratorio DomoCasa di Peccioli (Pisa). una casa dotata di sensori intelligenti. «Non pensavo si potesse arrivare a tanto: se chiedi a voce un bicchiere d’acqua, il robot va in cucina, lo versa e te lo porta, anche se c’impiega un po’ di più» commenta Ellida Salvatori, pensionata di 67 anni che ha preso parte al progetto “Robot-Era”.

«È comodissimo per la spesa: basta fare la lista sul tablet agganciato al maggiordomo di casa. Questo la trasmette al robot esterno che si dirige nel negozio convenzionato, consegna gli acquisti al portiere elettronico che, a sua volta, li trasporta in ascensore. In un quarto d’ora hai le buste sul pianerottolo». Con quell’aspetto amichevole e simpatico, gli occhioni che “parlano” in colori diversi e il sorriso di fabbrica, dopo un Ellida, 67 anni: «Per la spesa è comodissimo: ordini, e in un quarto d’ora hai le buste a casa». Dopo po’ si finisce persino per scordarsi che sono solo un ammasso di chip. «Il robot diventa una presenza familiare. È meno invasivo di un estraneo, anche se l’aiuto è più limitato» dice Ellida. Nel 2015 è prevista la seconda fase di Robot-Era, in cui il sistema sarà testato in ambienti reali. Tuttavia, un sistema così ambizioso presenta ancora forti limiti. È ingombrante per un piccolo appartamento, e tanta tecnologia rischierebbe di finire a gambe all’aria per un tappeto o un gradino. Insomma, bisognerà attendere un altro po’ perché si avveri la profezia che Bill Gates lanciò nel 2007. «Un robot in ogni casa» azzardò il boss di Microsoft dalle pagine di Sczentifr American, sostenendo che il mondo fosse sul punto di una terza rivoluzione digitale, dopo quelle di computer e cellulari. Nei laboratori di tutto il mondo è pronta a scattare una nuova generazione di automi umanoidi, sociali, empatici. Il problema è che non sappiamo ancora bene cosa farcene. Tant’è che l’unico robot domestico che ha sfondato il mercato è l’aspirapolvere Roomba: non è di compagnia neanche un po’, ma fa risparmiare tempo e fatica.

Che cos’è la bot therapy?

Intanto, in altri contesti, non c’è miglior amico di un robot. Per un bambino autistico, per esempio, la relazione con un altro individuo può essere complicata. Giocare con un robot è più semplice. Così sono stati sviluppati dispositivi che stimolano le abilità sociali, sensoriali o cognitive. Insegnano al bimbo ad aspettare il turno nel lancio della palla, a imitare la gestualità o seguire i movimenti con lo sguardo. Esercizi che un robot può ripetere con infinita pazienza, con risultati migliori rispetto al solo intervento umano. Nella robot-terapia dell’autismo, ma anche Alzheimer, demenze, sindrome di Down, depressione, uno dei congegni che ha riscosso più successo è Paro: sembra una piccola foca, il manto bianco e lo sguar-do tenerissimo, ma sotto il pelo morbido batte un cuore hi-tech. «Funziona con le carezze» spiega Patrizia Marti, a capo del Laboratorio di robotica e tecnologie dell’apprendimento all’Università di Siena. «Reagisce alle coccole, sbatte gli occhi, muove la testa, fa le fusa; apprende dagli stimoli e cerca attenzioni se non le riceve». Paro è stato sperimentato su decine di anziani con demenza senile, con risultati sbalorditivi.

«Tutti mostrano miglioramenti nella sfera emotiva e relazionale» dice Marti. «Persone che trascorrono gran parte del tempo in isolamento, senza interagire col mondo esterno, quando prendono in braccio Paro si destano. Sorridono, diventano affettuosi, parlano. In alcuni casi, il robot può diventare un’alternativa ai farmaci per contrastare ansia, agitazione o depressione». È successo, per esempio, con G.P., un paziente a uno stadio avanzato di Alzheimer: aggressivo, violento, urlava sempre. «Con Paro si tranquillizzava, accettava di essere lavato, accudito e aiutato a mangiare, cosa prima impossibile senza l’uso di sedativi» racconta Marti. Gli effetti terapeutici – come ha dimostrato l’ultimo studio del team senese, in collaborazione con l’Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena e la Residenza Le Ville di Porta Romana – non si ottengono con peluche robotici identici nell’aspetto, ma meno evoluti. È proprio con Paro, robot di foca che fa le fusa, gli anziani solitamente chiusi sorridono e diventano affettuosi, parlano merito dell’alta tecnologia di Paro. Così verosimile da sembrare un cucciolo vero, ma senza gli inconvenienti di un cane o un gatto: non sporca e non impegna, non puoi fargli male né può farti male. Una cura di dolcezza senza effetti collaterali. Tanto che in Giappone, dov’è nato, è offerto dal Sistema sanitario.

Un robot per anziani

E i robot possono diventare un pezzo di sé. O meglio, l’alter ego. L’ha scoperto per primo Lyndon Baty, un ragazzo di 17 anni affetto da una patologia genetica rara che ha compromesso il suo sistema immunitario: Lyndon non può uscire di casa, né andare a scuola o frequentare i compagni, perché rischia di contrarre infezioni letali. Ma non s’è dato per vinto. E da Knox City, un paesino di 1.300 abitanti in Texas, con due strade in croce e neppure un semaforo, è diventato protagonista di una rivoluzione. Nel 2011 in classe ha mandato il suo avatar. Un piccolo robot, VGo, alto un metro e 20, con una microcamera in testa e un tablet da cui appare Lyndon, collegato via Skype. «Il primo giorno è stato disastroso, andavo a sbattere ovunque» ha raccontato Lyndon. Ma poi ha imparato a pilotare il robottino, grazie al quale può seguire le lezioni, seppur virtualmente, parlare con gli amici e commentare le partite di baseball della squadra del cuore. Non è come esserci di persona, ma è molto me-glio dell’isolamento. Dopo l’esperienza di Lyndon, altri bambini immobilizzati hanno seguito il suo esempio. Come Lexi Kinder della Carolina del Sud, 10 anni e una grave cardiomiopatia, che ha vestito il suo avatar da principessa. O Devon Carrow, nello Stato di New York, che soffre di allergia e frequenta le elementari come se stesse giocando a un videogioco. A pensarci bene, un robottino così potrebbe far comodo in diverse situazioni. Lo sviluppatore di videogame Richard Garriott l’ha usato per permettere all’anziana madre di partecipare al suo matrimonio a Parigi, restando nella sua casa di Las Vegas. Il programmatore canadese Ivan Bowman ci va ogni giorno in ufficio, che dista quasi 2.000 km da casa, senza muovere un passo. Saranno i robot a regalarci il dono dell’ubiquità.

Cookie disabilitati
Share.

Leave A Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.