Uno degli ultimi fronti della lotta contro il cancro è quello della radioterapia e chemioterapia combinate, con intervento definito dagli specialisti neoadiuvante, cioè preparatorio dell’intervento chirurgico. In sostanza, si irradia il tumore in modo da renderlo interamente asportabile. Questa modalità potrebbe evitare al paziente la spiacevole esperienza di un’inutile laparotomia esplorativa quando, cioè, il chirurgi apre salvo poi dover constatare l’inoperabilità del cancro. I tumori forse non verranno sconfitti in questo secolo ma si può fare ancora molto per migliorare la vita dei pazienti. Molte speranze vengono anche dall’adroterapia, ossia dalla scienza basata sull’utilizzo di protoni o ioni di carbonio, che ieri era utilizzata solo per la cute o il melanoma dell’occhio e domani servirà anche per la prostata e il polmone. Gli ioni di carbonio, in particolare, in Giappone stanno dando risultati straordinari nella cura del tumore alle ghiandole salivari. Rispetto allo studio delle cellule malate c’è, però, almeno un altro interrogativo che sta togliendo il sonno agli studiosi: qual è il ruolo delle cellule staminali in un tumore? Già, le famose cellule primitive, non differenziate, cui ricolleghiamo inconsciamente immagini di vita e di rinascita, in realtà, abitano anche un ambiente di morte, come una massa tumorale.

Dalle radiazioni alle staminali: così si combatte il cancro

Bisogna considerare che il tumore è organizzato come un organo normale, quindi ha anche le staminali. Il cancro, infatti, è un alveare composto da milioni di api operaie che non sono capaci di propagare il male perchè sono sterili. L’unica che può farlo è l’ape regina, cioè la cellula staminale. Questo comporta che, paradossalmente, un farmaco che possa uccidere la maggior parte delle cellule non staminali sembra provocare subito un effetto benefico (la massa si riduce sensibilmente) ma in realtà non uccide l’ape regina. Il risultato più a lungo termine, invece, è che il tumore ricompare in situ o altrove perchè l’ape regina può anche emigrare. La morale è che se venisse creato un farmaco in grado di colpire selettivamente le staminali tumorali il problema si risolverebbe sicuramente anche se apparentemente la massa starebbe ancora al suo posto e ci metterebbe un po’ di tempo a regredire. Le staminali sono molto più resistenti delle altre cellule tumorali e la chemio sembra far loro un baffo. Ecco perchè trovare un’altra via terapeutica è di fondamentale importanza. In questo caso, però, c’è un altro problema. Per studiare le staminali è necessario prima individuarle, ma queste cellule sono estremamente rare (da una su 5 mila a una su 50 mila nella massa tumorale) e comunque una volta prelevate non si possono coltivare in vitro al fine di aumentarne il numero. Forse domani, progresso premettendo, si riuscirà a studiare anche il genoma delle api regine. Quel che è certo è che le prospettive per il genere umano sono sempre più confortanti, la scienza ormai ha il cancro nel mirino.

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