A nove anni fu inviato dal padre a Venezia perché studiasse pittura; qui fu per breve tempo allievo di Sebastiano Zuccato, poi dei Bellini sebbene la sua prima opera certa, S. Pietro in atto di benedire Giacomo Pesaro (1502), mostri l’innegabile influenza del Giorgione.

Con quest’ultimo operò poi, nel 1508, nella decorazione del Fondaco dei Tedeschi segnalandosi per la sua piú profonda sensibilità pittorica; questa capacità descrittiva è più avvertibile nelle opere immediatamente successive, nella Visititzione della Scuola del Carmine di Padova e nelle tre Storie di S. Antonio per la basilica della stessa città.

Ritornato a Venezia — dalla quale era fuggito per la peste che aveva tra gli altri ucciso anche il Giorgione — Tiziano entrò al servizio della repubblica pur non trascurando di lavorare anche per Alfonso d’Este (i Baccanali) e per Federico Gonzaga di Mantova. Nel frattempo a Venezia il Tiziano dipingeva opere di largo interesse, specialmente l’Assunta dei Frari (1518) che può essere considerato il primo dipinto del tutto immune da qualunque influenza esterna, l’inizio di uno stile propriamente tizianesco, lontano oramai dalla delicata levità delle forme del Giorgione (L’amor sacro e l’amor profano della galleria Borghese, la Flora e la Venere d’Urbino degli Uffizi), agitato da un movimento di masse che dà vita, e talvolta anche drammaticità, alla scena.

Degli anni immediatamente successivi sono altre opere famose, la Deposizione del Louvre, la Pala di Ca’ Pesaro dei Frari e, del 1530, il primo ritratto di Carlo V, il quale avrà sempre larga stima per il maestro contribuendo in tal modo a diffonderne maggiormente la fama si che da ogni parte richieste di opere, ma specialmente ritratti, giungono a Tiziano. Avanti la sua andata a Roma (1545), espressamente invitatovi dal pontefice, la sua “attività non ha soste; è il periodo dei Dodici Cesari (oggi perduti) per Federico Gonzaga, della Presentazione della Vergine dell’Accademia di Venezia, dei numerosi ritratti del Cardinale Ippolito de’ Medici, di Alfonso d’Este, della Ragazza in pelliccia di Leningrado, di Eleonora Gonzaga, del Gentiluomo e della Bella del Pitti, di Cristoforo Madruzzo, di Paolo III, dell’Aretino. A Roma, oltre ai ritratti farnesiani, il Tiziano dipinge anche la Danae (museo di Napoli), quindi, su invito di Carlo V, nel 1547, raggiunge la corte ad Augusta ove esegue tra l’altro il famosissimo ritratto di Carlo V a cavallo del museo del Prado.

Ad Augusta il Tiziano torna anche nel 1550 eseguendovi altri ritratti di personaggi della corte imperiale, e tra questi quello di Filippo II che, specie dopo l’abdicazione del padre, continuerà a commissionargli dipinti tra i quali, oltre alla grande tela della Trinità che seguirà Carlo V nel suo solitario rifugio nel monastero di Yuste, alcune tra le opere più belle del maestro, il Cristo in croce dell’Eicorial ed il Seppellimento di Cristo del Prado. La tarda età non impedisce a Tiziano di continuare ad operare; già novantenne, con l’aiuto di di-versi allievi, ma specialmente del figlio Orazio, egli produce ancora ritratti, repliche di dipinti, affreschi, le tele del palazzo Pubblico di Brescia. È il periodo del celebre Autoritratto del Prado, del Cristo coronato di spine della pinacoteca di Monaco, del Pastore e Ninfa della galleria di Vienna, del Tarquinio e Lucrezia dell’Accademia di Vienna. Quasi centenario, Tiziano muore rapito dalla peste insieme con il figlio Orazio lasciando incompiuta la grande Pietà dell’Accademia di Venezia che sarà poi portata a termine da Palma il Giovane.

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