Il nome di Raffaello Sanzio  è tradizionalmente unito a quelli di Leonardo e di Michelangelo per costituire la cosiddetta «triade solare» del rinascimento italiano.

Il divino Raffaello

Anch’egli «divino», è ritenuto il massimo fra i pittori, anzi «il pittore», colui che dipinge per grazia infusa, per dono naturale, senza sforzo, senza ricerca, raggiungendo la perfezione. Anche per Raffaello dunque si crea il mito, un mito tramandato alla storia pressoché intangibile. Ora, se è vero che le qualità innate sono in lui straordinarie e che la sua mano ha il «segno» felice per natura, è anche vero che egli si viene formando in relazione ai vari ambienti culturali che frequenta, fino a raggiungere la propria inconfondibile personalità, che deve essere ricostruita storicamente.

Proprio l’argomento della cultura di Raffaello è uno dei piú interessanti e, sotto certi punti di vista, anche sconcertanti. Non parliamo degli studi letterari, che, in età infantile, devono essere stati scarsi. Parliamo invece della cultura in senso piú ampio, conseguita attraverso i contatti con gli ambienti neoplatonici e, ancor piú, di quella visiva: non c’è opera che egli abbia visto, non c’è maestro che abbia conosciuto, del quale non risenta in maniera chiaramente riscontrabile, e non soltanto negli anni giovanili (come è comune a chiunque) ma anche nel periodo della piena maturità artistica. Anzi, spesso può sembrare che Raffaello copi le opere altrui senza nemmeno curarsi di nasconderlo. Ma ciò che in altri, meno dotati, sarebbe plagio, in lui è cultura. Perché egli guarda instancabilmente, studia senza posa tutto ciò che gli si offre, e ne trae spunto per arricchire la propria personalità, scegliendo quegli elementi che piú gli si confanno, non accostandoli l’uno all’altro come inserti eterogenei, ma «assorbendoli», rivivendoli e coordinandoli in un diverso contesto che è esclusivamente suo.
Raffaello nasce a Urbino, figlio di un pittore locale, Giovanni Santi (da cui trae il patronimico latinizzato Santius o «Sanzio»), di cui rimane orfano all’età di soli undici anni e dal quale ha potuto imparare solo i primi rudimenti del mestiere. 2 incerto chi sia stato il suo maestro subito dopo la morte del padre. Per lo piú si ritiene che egli sia stato nella bottega di Timoteo della Vite (o Viti) oppure di Evangelista di Pian di Meleto, due pittori affini a Giovanni Santi e di scarsa levatura artistica, che gli avrebbero confermato le stesse caratteristiche, per passare poi, intorno al 1500, a Perugia, nella scuola del Perugino, inserendosi così, per la prima volta, nelle grandi correnti del rinascimento italiano. A fondamento della cultura di Raffaello è comunque la città natale, per la cerchia neoplatonica della corte di Guidobaldo da Montefeltro, e per la visione delle prospettive cristalline, della razionalità matematica, della solenne idealizzazione di Piero della Francesca , o delle architetture chiaramente misurate di Luciano Laurana e di Francesco di Giorgio.

Il primo Raffaello

La prima opera datata e firmata, della quale quindi il pittore, poco piú che ventenne, ha pienamente riconosciuto la paternità, è lo Sposalizio della Vergine. E anche la prima nella quale siano riconoscibili le derivazioni e, al tempo stesso, l’autonomia. La composizione nasce infatti da un’idea del Perugino: un gruppo di personaggi, divisi in due schiere, davanti a un vasto spiazzo chiuso sul fondo da un tempio a pian-ta centrale. Il precedente peruginesco piú noto è la Consegna chiavi della Cappella Sistinti (1482). Ma i rapporti, piú che con questo affresco (che Raffaello non poteva avere visto direttamente, non essendo ancora andato a Roma, ma conoscere solo attraverso i disegni del maestro), devono essere stabiliti con il meno noto Sposalizio della Vergine, che il Perugino aveva dipinto poco prima per il capoluogo umbro e che perciò il giovane allievo e collaboratore doveva avere visto nascere giorno per giorno.  Ma Raffaello interpreta e trasforma il modello creando un’opera assolutamente unica e originale

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