Filippo Brunelleschi aveva appena 24 anni quando partecipò al concorso bandito nel 1101 per la seconda porta bronzea del Battistero di Firenze. Eppure, già da un paio d’anni, aveva iniziato a lavorare autonomamente, al di fuori cioè di ogni studio di bottega, creando due Busti di Profitti e due Padri della Chiesa in argento per l’Alta di SontVacopo nella Cattedrale di Pistoia. Sono opere che, pur nella fluida continuità di origine gotica, mostrano un piglio sicuro negli atteggiamenti e nei volti, e indicano la volontà di cercare la nuova via e l’insofferenza verso gli schemi prestabiliti e obbligati della cornice. Successivamente, colpisce in legno il Crocifisso di Santa Maria Novella, nel quale raggiunge una composta serenità, un signorile distacco dalle contingenze. Vi è un luminoso distendersi delle forme, un’armonica ricerca delle proporzioni e quindi, pur nella naturalistica resa degli elementi anatomici, il superamento del «dato» reale.

La cupola del Duomo di Firenze: l’architettura perfetta del Brunelleschi

Fra il 1410 e il 1418-19, quando pone mano alle sue memorabili imprese architettoniche, passano molti anni di silenzio. Sono aiuti di studio che, secondo i biografi, avrebbe trascorso per lo più a Roma, insieme a Donatello, odiando le opere amiche, misurandole, analizzandole. È in questo periodo, probabilmente, che, creando il metodo prospettico, dipinge le due tavolette di cui ci parla un biografo: una veduta di Piazza della Signoria con il Palazzo Vecchio e la Loggia; e una veduta del Battistero presa dall’interno della porta centrale del Duomo. In quest’ultima tavoletta aveva praticato un foro (in coincidenza con il punto di fuga), pin stretto nella parte anteriore, più largo nella faccia posteriore, cosicché, applicando un occhio sul retro e ponendo uno specchio davanti alla tavoletta, si potesse vedere riflessa la prospettiva dipinta. Brtmelleschi veniva stabi-lendo tosi la necessità di un punto di vista unico e monoculare per l’impianto prospettico lineare-geometrico, razionalmente perfetto e privo di quella larghezza di veduta anche laterale (la cosiddetta “coda dell’occhio”), che ci permette, mediante la binocularità, di abbracciare uno spazio quasi semicircolare, ma basato più sull’impressione fugace che sulla certezza.
Quando, nel 1418, partecipa al primo concorso  per l’erezione della cupola del Duomo di Firenze e, nel 1420, al secondo, ha ormai conquistato una sicura maturità artistica ed elaborato un chiaro sistema di rappresentazione prospettica. Il problema della cupola affannava da anni gli operai del Duomo (da quando cioè era stato costruito il tamburo ottagono e non restava, per completare la fabbrica, che coprirlo con la grande volta), perchè non si sapeva esattamente come costruire e dove appoggiare le enormi centine di legno, le armature che avrebbero dovuto sostenere la cupola fino alla chiusura definitiva con la chiave di volta. A parte i vari aneddoti, alcuni anche divertenti, che ci sono stati tramandati circa le fasi che precedettero la decisione di affidare al Brunelleschi l’operi, resta la constatazione fondamentale che egli, piuttosto che tifarsi al metodo romano di costruzione a calotta o a quello medievale delle cintine, decise di alzare la cupola senza armature (inventando una nuova tecnica, basata sul calcolo, che sarà poi ripresa anche da Michelangelo, equilibrandola con una doppia calotta, una collegata all’altra, autoportante, mediante un’ossatura di elementi verticali e orizzontali (i principali dei quali, quelli angolari, sono visibili all’esterno) e ricorrendo anche, per un migliore scarico dei pesi, a vari accorgimenti, fra cui, per esempio, i mattoni disposti “a spina di pesce”. La cupola ha tonna gotica perché archiacuta. Ciò era necessario forse per ragioni tecniche, ma certo per un preciso rapporto con il resto del Duomo che, anche se, nel suo insieme, ha una struttura longitudinale, è pur sempre gotico. E tuttavia essa è rinascimentale, perché è un volume definito nello spazio e quindi dominato razionalmente. Ciò che conta infatti, e che noi vediamo principalmente, è la struttura dei costoloni di marmo bianco, che coincidono con gli spigoli (limite alla superficie esterna dei piccoli spicchi9 e che risaltano sulle vele rivestite di normali tegole, ossia di un materiale volutamente povero e consueto. La forma è perciò disegnata nel consueto disegno brunelleschiano.

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