Il secolo nuovo si apre, a Firenze, con un importante evento artistico: il concorso bandito nel 1401 dall’Arte dei Mercanti per la seconda porta del Battistero. Ad esso presero parte Filippo Brunelleschi, Lorenzo Ghiberti, Jacopo della Quercia e altri. Viene stabilito per i concorrenti era una formella con il Sacrificio di Isacco, inserita entro una cornice mistilinea, per una giustificata coerenza con quelle che già Andrea Pisano aveva usato nella prima porta.

L’attività del Ghiberti e del Brunelleschi

Perduti i saggi d’esame degli altri concorrenti, restano ancora quelli del Ghiberti e del Brunelleschi , quasi a imitarci a ristabilire un confronto fra l’opera del vincitore e quella del grande sconfitto. Bisogna innanzitutto considerare la forma della cornice entro la quale il Ghiberti inserisce armonicamente le figure, sfruttandone l’andamento mosso. Divide obliquamente la scena mediante una roccia, simbolicamente scheggiata come quelle del gotico; davanti ad essa, e in essa (mammine contenuti, stanno i seni, mentre, in basso, la cavalcatura funge quasi da base allargando le forme della roccia, a sinistra occupando lo spazio del lobo con la coda e con la zampa (in rapporto con la gamba nuda dell’uomo): a destra curvando dolcemente la testa verso terra. In alto, sopra la roccia, l’ariete, il cui muso si pone quasi in parallelo con la cornice discendente, guarda verso la scena del sacrificio, che si svolge tutta nel settore di destra, nettamente separata mediante un solco. Abramo sta per vibrare il colpo, mentre (sacco offre la gola nuda e, in alto a destra, l’angelo giunge a fermare la mano del padre. Nulla di drammatico in tutto ciò, ma una tranquilla serenità dovuta alla fede: i gesti, immobilizzati, privi cioè del senso di un antecedente che conduca alla conseguenza dell’atto, esprimono non tanto un’azione compiuta in un certo momento e quindi storicizzata, quanto il significato simbolico di un concetto religioso di ubbidienza, eterno e immutabile e quindi non storico. Tutto ciò è improntato ad una straordinaria eleganza ancora gotica: si veda la prevalenza della linea falcata in ogni elemento e, soprattutto, nei corpi del padre e del figlio. Ma questa eleganza non sarebbe del tutto spiegabile senza una cultura classica resa ancor più evidente dalla decorazione a racemi dell’ara e dal bel nudo di Isacco. Completamente diversa è invece la concezione del Brunelleschi. Anch’egli, come il Ghiberti, e forse più di lui, studia il rapporto tra le figure e la cornice, non riuscendo però poi a contenere tutte le immagini entro i confini imposti: anzi le due in basso ne fuoriescono, come spinte da una forza interna. Ma soprattutto egli coglie nel fatto l’elemento drammatico, la velocità e la violenza di ciò che sta per accadere: Abramo ha già forzatamente costretto il figlio, che si puntella sull’ara, a esporre la gola e sta vibrando la coltellata, fermato non da un ordine, ma da una forza superiore, quella dell’angelo, che gli afferra il braccio. Tutta l’azione tende a focalizzarsi in centro, in alto, in un movimento impetuoso.

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