Quando si deve entrare nel mondo del lavoro, sono molte le persone che si domandano quale sia la forma più vantaggiosa da dare alla propria attività lavorativa. In particolare, in tanti si chiedono se sia meglio prendere la forma dell’attività professionale, quindi diventare liberi professionisti, o della ditta individuale.

Ogni opzione ha dei vantaggi e degli svantaggi analizzati i quali bisogna scegliere la soluzione migliore per le proprie esigenze.

Il lavoro autonomo, sulla base delle norme civilistiche, può distinguersi in due categorie: 

  • l’attività di lavoro autonomo intellettuale, come quello degli artisti e dei liberi professionisti
  • l’attività d’impresa, come ditte individuali, commercianti, artigiani.

Quando parliamo di attività d’impresa facciamo riferimento all’attività economica organizzata per la produzione e lo scambio di beni e servizi, con o senza collaboratori/dipendenti.

Quando invece parliamo di lavoro autonomo intellettuale, parliamo del libero professionista che svolge il suo lavoro in modo proprio, senza alcun vincolo di subordinazione nei confronti del committente, e che si fa pagare un corrispettivo per il lavoro svolto: inoltre a differenza della ditta personale, è prevalente il lavoro rispetto al captale investito.

Ma quali sono le differenze, nella pratica? Le ditte individuali per avviare la loro attività devono aprire la partita IVA, e quindi iscriversi al Registro delle Imprese, presentando anche la Comunicazione Unica.

Invece i liberi professionisti sono anch’essi tenuti all’apertura della Partita Iva ma questo è l’unico adempimento: alcune categorie, come avvocati e medici, devono anche iscriversi al loro Albo professionale.

Le differenze esistono anche dal punto di vista fiscale. Infatti le ditte individuali devono tenere la contabilità seguendo il principio di competenza: quindi, la deduzione di costi e ricavi deve essere svolta nel periodo di attribuzione (senza tenere conto la data effettiva di incasso dei soldi).

Invece i professionisti tengono la contabilità basandosi sul principio di cassa cioè la deduzione avviene nel momento in cui i compensi vengono pagati.

Le differenze esistono anche dal punto di vista previdenziale. Le ditte individuali, infatti, devono iscriversi alla Gestione IVS per Artigiani e Commercianti dell’Inps. I contributi fissi sono di circa 3.600 euro su reddito minimo di 15.548 euro. Superata la soglia in questione, bisogna versare i contributi in forma percentuale, con aliquota del 21%.

La partita IVA a regime forfettario consiste in una forma agevolate per l’avvio di un’attività autonoma di impresa o professionale. Aprire una partita IVA con regime forfettario è possibile per le persone fisiche che esercitano attività d’impresa, sempre che ricavi e compensi stiano sotto determinati limiti (fra 15mila e 50mila euro a seconda).

I vantaggi del regime forfettario sono quelli di ottenere un’imposta sostitutiva più bassa, e di aver delle notevoli semplificazioni sulle attività, per esempio esonero dalla registrazione delle fatture, dalla conservazione dei registri e dei documenti, dalla dichiarazione e comunicazione annuale IVA, dall’applicazione degli studi di settore ecc.

Bisogna ricordare che la legge di stabilità ha introdotto la possibilità, per chi usufruisce del regime forfettario, di ottenere uno sconto contributivo del 35% sui contributi fissi. 

Invece il professionista, iscritto alla Gestione Separata, è tenuto al pagamento del contributo previdenziale sull’utile percepito con un’aliquota del 27,72%.

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