Al largo della Namibia sono già cominciate le estrazioni dai fondali atlantici. Sono dei trattori robotici e dei giganteschi aspirapolvere a operare, pilotati da una nave piattaforma. A 20 chilometri dalle coste della Namibia, a 150 metri di profondità sotto la superfice dell’Oceano Atlantico, minatori sono al lavoro perchè non venga mai a mancare la pietra regina degli innamorati: il diamante.

Tra circa 15 anni infatti, le miniere sulla terra andranno ad esaurirsi. Per questo, la società più importante al mondo per l’estrazione dei diamanti, la De Beers, sta spostando i centri di estrazione in mare aperto. La Nambeb, una società che appartiene in parti uguali a De Beers e al governo della Namibia, ha stimato che il 95% dei diamanti estratti nei prossimi anni arriverà dai fondali marini alla costa sud-occidentale dell’Africa.

Lì da milioni di anni

I diamanti sono arrivati nei sedimenti marini quando ancora i dinosauri popolavano la terra. Oltre 100 milioni di anni fa, infatti, erano giunti alla superficie del pianeta attraverso i camini kimberlitici, vulcani che orifinavano violente esplosioni senza emettere lave là dove si estende da Namibia e il Sudafrica. Da allora i fiumi hanno eroso quelle rocce e il materiale è stato trasportato verso l’Oceano Atlantico, andando a depositarsi tra i sedimenti marini presenti a ovest della Namibia. Oggi cinque gigantesche navi dotate di trattori con enormi trapani stanno già strappando dal mare più di un milione di carati di diamanti all’anno. Paolus Shituna, amministratore delegato della Nembed ha spiegato che solo una decina di anni fa, il 70% dei diamanti veniva estratto in miniere sulla terraferma e il 30 in miniere marine. Ora la situazione è ribaltata.

Aspirapolvere in azione

La nave-piattaforma si aggancia ai fondali oceanici con quattro grosse ancore, mentre un gigantesco trattore (The Butcher, il Macellaio) scandaglia il fondo. Prima intaglia una fascia di fondo marino grazie al suo braccio meccanico che si muove come un tergicristallo, poi risucchia 60 tonnellate di sedimenti all’ora, che vengono portate a bordo della nave attraverso un gigantesco tubo. Il manovratore del trattore opera stando comoda-mente nella sala di controllo a bordo della nave. È il miglior aspirapolvere che esista.

Massima sicurezza

Una volta arrivati a bordo, i sedimenti vengono lavati e setacciati e quindi ridotti in pietre sempre più piccole grazie a piatti vibratori e tamburi che li “schiacciano”. La ganga, ossia lo scarto, viene ributtata in mare in una scia di schiuma che si allunga anche per 100 metri dietro la nave. La ghiaia diamantifera entra invece nella “zona rossa” della piattaforma, dove non può entrare nessuno. Al personale è proibito persino portare i dreadlocks (le tipiche “trecce” rasta) perché potrebbero diventare un nascondiglio di qualche piccolo diamante. Anche il locale club di appassionati di piccioni viaggiatori sulla terraferma è stato chiuso per evitare che vengano utilizzati per contrabbandare le pietre preziose. Nessuna mano può toccare i diamanti estratti, che finiscono direttamente in lattine con codici a barre. Queste vengono raccolte in valigette metalliche e trasferite a terra, sotto scorta, tre volte la settimana, dal capitano della nave, dal capo della sicurezza e da un marinaio scelto a caso, in elicottero all’aeroporto di Windhoek, capitale della Namibia. Da qui il materiale parte per i caveau della De Beers. Fino a ora la Namdeb ha setacciato solo il 3 per cento dei quasi 10mila chilometri quadrati di fondali avuti in concessione. Saranno quindi necessari altri 50 anni prima che la miniera sottomarina venga completa-mente sfruttata.

Anche oro e terre rare

I fondali al largo della Namibia non sono gli unici ad attirare l’attenzione di grandi imprese minerarie. A migliaia di chilometri di distanza c’è per esempio la Papua Nuova Guinea, che ha trovato un accordo con una compagnia mineraria canadese, la Nautilus Minerals, per dare il via allo sfruttamento delle miniere situate nelle profondità marine che le appartengono. Pare che entro il 2018 l’attività estrattiva inizierà a pieno regime. «È un progetto interessante che permetterà al Paese di avere grandi benefici fino a pochi anni fa del tutto insperati», ha detto Mike Johnston, amministratore delegato della compagnia. Le prima miniera, chiamata Solirara-1, verrà aperta attorno ad alcuni camini idrotermali, dove acqua surriscaldata emerge dal fondo del mare. La sua forte acidità si scontra con l’alcalinità delle fredde acque marine, originando reazioni chimiche che fanno precipitare minerali molto richiesti dal mondo tecnologico, come per esempio le “terre rare”, utilizzate per computer e cellulari, ed enormi quantità di oro. Secondo calcoli da verificare, sui fondali marini ci sarebbe tanto oro che arricchirebbe di 20.000 euro ogni singolo abitante della Terra. Anche in questo caso sarà una flotta di macchine robotiche guidate da una nave a operare sul fondo marino. Lavoreranno a 1.000 metri di profondità, spezzando la crosta oceanica in blocchi che saranno inviati in superficie sotto forma di impasto fangoso. Infine, sui fondali oceanici ci sono anche altre riserve che fanno gola alle società minerarie. I noduli polimetallici sono rocce grandi come patate ricche di manganese, nichel, cobalto e rame. Si trovano nel Pacifico. Poi ci sono i resti di antichi vulcani sommersi, con i loro strati ricchi di cobalto, titanio, cerio, nichel e zirconio.

L’allarme degli ecologisti

L’Isa, l’autorità internazionale dei fondali marini, ha già redatto dei regolamenti per proteggere l’ambiente dalle attività estrattive e sono state definite 9 aree di 160mila chilometri quadrati — circa la metà della superficie dell’Italia —dove non saranno permesse. Restano però numerose le proteste degli ecologisti che vedono lo sfruttamento marino un’aggressione irreversibile. Difficile, tuttavia, ipotizzare di rinunciarvi, se non si vorrà fare a meno di cellulari, computer e alta tecnologia in generale.

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