Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi (Firenze, 1306-ivi, 1472) è uno dei primi e maggiori architetti fiorentini che abbiano sei tiro il significalo delle novità brunelleschiane, interpretandole liberamente, con ricordi del passato. Dal 1437 al 1452; su commissione di Cosimo de’ Medici, ricostruisce il Convento di San Marco che il Vasari definì il più bello e comodo d’Italia. Dà ai chiostri, mediante l’ampiezza delle amate, ariosità, serenità e spirito meditativo, La Biblioteca è divisa in navatelle da archi con colonne ioniche in pietra serena; come in Brunelleschi, la pietra disegna, definisce lo spazio, profilandosi – senza contrasti – sull’intonaco chiaro delle pareti, mentre la prospettiva è indicata oltre che dalla fuga degli archi, dalla cornice continua al di sopra di essi. Anche qui, come nei chiostri, c’è chiarezza; ma la scarsa larghezza dello spazio centrale (determinata dalla necessità di lasciare maggiore ampiezza alle navatelle laterali ove si trovavano i banchi di lettura) in relazione alla profondità fa si che l’impianto prospettico – rinascimentale – generi un movimento rapido delle linee e quindi un allontanarsi del punto di fuga, senza la possibilità – come in Brunelleschi – di chiudere lo spazio, quando la distami non è più misurabile, con un piano trasversale. Michelozzo è l’architetto ufficiale dei Medici. Per Cosimo ristruttura la Villa di Gareggi, il Castello di Cafaggiolo e, a partire dal 1444, costruisce il Palazzo della famiglia Via Larga.

Palazzo de Medici

Il palazzo come lo vediamo oggi, è diverso da quello ove Cosimo, con i figli e i nipoti, andò ad abitare appena pronto. Nel 500 certo per guadagnare spazio, vennero chiuse due arcate d’angolo e Michelangelo ne disegnò le finestre. Nel 600 i Riccardi acquistarono l’edificio, lo allungarono: in origine la larghezza della fronte era corrispondente alle dieci finestre di ciascuno dei piani superiori. Si presentava quindi simile a un cubo, compatto e organico, ma alleggerito dalla loggia d’angolo. Oggi la ripetizione in larghezza dei motivi delle finestre e del bugnato genera monotonia e il mutato rapporto tra larghezza e altezza rende meno definita la forma. Il rivestimento a bugnato trae origine dalla tradizione fiorentina.

Ma Michelozzo lo gradua, diminuendone l’oggetto dal basso in alto lino alla stesura dei conci lisci all’ultimo piano. Toglie così forza al bugnato, annulla la caratteristica di casa-fortezza medievale e ottiene una variazione pittorica, con il sottile passaggio dalla forte alternanza delle luci e delle ombre del terreno al sottile movimento chiaroscurale del piatto nobile e alla luminosità distesa dell’ultimo piano. Anche le bifore hanno origine medievale, ma il rapportata il pieno (la parete) e il vuoto (le finestre) è tale da togliere predominanza a] primo, attenuando il carattere difensivo del paramento murario in pietra. Il cornicione assume un’importanza fondamentale, chiudendo e definendo, così il suo intenso plasticismo, la forma. All’interno il palazzo si organizza intorno al cortile, alto e stretto conte quelli del medioevo; in alto si apriva però in una loggia (oggi chiusa da vetrate) che, Con il portico, creava un duplice arretramento spaziale delle pareti e quindi un respi-ro maggiore. La soluzione pini interessante è quella del secondo cortile che, come un giardino, si trova alle spalle del palazzo e che, al di là dell’alto muro merlato di chiusura, confina con la strada retrostante. L’idea del passaggio dal cortile al giardino chiuso nasce forse dalla casa romana con l’atrio e il peristilio. Però qui assume un importante significato: il giardino, chiuso da un muro, ma confinante con la strada alla quale si può accedere da un portone, è il luogo intermedio fra il «privato» e il «pubblico». Esiste dunque un «itinerario» che, dalla strada antistante, giunge a quella retrostante, traversando il palazzo con zone pizi strette e coperte alternate a zone pini ampie e scoperte, in un progressivo accrescimento di luce naturale che trova il momento culminante nel giardino. Ciò significa che il palazzo si «apre» verso l’esterno «vivendo» nella città e che il cittadino pnò penetrarlo visivamente e conoscerne le strutture. Nasce anche, con questo edificio, l’idea del giardino, come un richiamo all’importanza della campagna, che il rinascimento fiorentino ama. Non è mi atteggiamento esteriore: la campagna, nella struttura sociale contemporanea, è parte integrante della città, che rifornisce con i propri prodotti: la ricca borghesia fiorentina, che investe nei campi ciò che guadagna con i traffici commerciali, tiene rapporti stretti con il contado. Ma la campagna c anche il luogo della meditazione solitaria, degli studi, degnatici (e qui abbiamo un ricordo classico). E’ la natura: quella natura con la quale l’uomo ha il dovere di creare una relazione, perché è il suo mondo, il mondo creato per lui da Dio. A riprova di questo interesse per la campagna idichelozzo costruisce per i Medici, a Cafaggiòlo, un Castello. La parola (castello) richiama al medioevo; ed anche la forma (la torre, i beccatelli, i merli) è medievale. Ma le ampie e basse finestre, il rivestimento a intonaco invece del paramento munirlo a pietra viva, rivelano la villa. La luce scene pacata sulle lisce pareti e i volumi geometrici (quello del castello, arretrato, e quello della torre, avanzato) si alliCUlaily fra loro organicamente. ll complesso edilizio si inserisce nell’ariosa vallata non con la predominanza tirannica del castello feudale, ma come espressione della presenza dell’uomo in un rapporto armonico con la natura. Michelozzo opera anche fuori Firenze: a Venezia, a Ragusa (in Dalmazia, oggi Dubrovnik), a Milano.

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