L’indagine alla ricerca del continente sommerso raccontato da Platone inizia a Linosa, una piccola isola di origine vulcanica nell’estremo sud dell’Italia. C’è chi ha ipotizzato l’esistenza di una civiltà lontana e perduta proprio in quelle acque limpide e cristalline. È stato Raimondo Bucher, il pioniere della subacquea, scomparso nel 2008 all’età dl 96 anni. Ha visto qualcosa che lo ha folgorato. Qualcosa che ha scritto sul suo diario, dimenticato a lungo finché qualcuno non l’ha letto. Muraglia sommersa Bucher, autore di scoperte rimaste nella storia dell’apnea, proprio in quest’isola ha visto sott’acqua qualcosa di eccezionale.

La ricerca infinita di Atlantide

Durante alcune immersioni, ha notato un paesaggio assolutamente diverso da quello che la natura vulcanica del luogo avrebbe potuto lasciar supporre: un complesso di massi regolarmente squadrati, straplombati fino a una profondità di circa 60 metri. Una sorta di muraglia dalle pareti lisce, che si estende in senso orizzontale per alcune centinaia di metri. “Sembravano scolpite”, così sosterrà. Bucher ha, così, iniziato a far viaggiare la fantasia, chiedendosi come mai ci fossero quelle pietre. Qualcuno le ha scolpite? Forse arrivano da un sommovimento della terra, quindi sono tracce viventi di qualcosa che si è inabissato? Magari è Atlantide? Bucher era convinto fosse la prova dell’esistenza del mitico continente. Del resto la presenza della città leggendaria è stata ipotizzata in quasi 50 luoghi in tutto il mondo: perché non in Sicilia? Alla ricerca della civiltà scomparsa II mito di Atlantide viene raccontato per la prima volta da Platone. Nei dialoghi Crizia e Timeo, scritti nel 360 avanti Cristo, il filosofo greco parla di una civiltà che, in un tempo remoto, avrebbe dominato gran pane dell’Europa e dell’Africa. Sono in tanti a ritenerlo un racconto puramente mitologico. Se Atlantide fosse realmente esistita, seguendo le indicazioni del filosofo greco si sarebbe dovuta trovare a ovest. Ma a ovest di cosa? C’è chi l’ha piazzata in mezzo all’oceano Atlantico, all’altezza delle Azzorre e chi ha ipotizzato fosse un’isola nel Golfo del Messico, di cui Cuba e i Caraibi sarebbero i resti. C’è, invece, chi ha pensato alla Groenlandia, la Terra verde, che in un’epoca passata sarebbe stata fertile e rigogliosa. Altri ancora ritengono si sarebbe trovata in Antartide, come dimostrerebbero antiche carte geografiche, tipo la mappa di Piri Re is. E, naturalmente, c’è l’ipotesi Santorini, l’isola greca distrutta da un’esplosione vulcanica che ha dato luogo a maremoti e grandi cambiamenti climatici. Forse, però, le tracce più imponenti sono quelle presenti in un’isola sperduta del Giappone, Yonaguni, nel pieno dell’oceano Pacifico. Insomma, una ricerca senza confini geografici. Antichi messaggi Gli indizi presenti in Italia ci riportano a un passato lontano e ricco di fascino. Ne è un esempio, in Sicilia, Levanzo, dove la Grotta del Genovese ha svelato pitture e disegni rupestri sicuramente interessanti. Rimasti nascosti per quasi 6mila anni, sono il messaggio lasciato dagli uomini che vivevano queste isole addirittura prima che il mare le rendesse tali. Una cavità è particolare: un’ampia volta all’ingresso che si restringe in un cunicolo e costringe a trascinarsi sul ventre per entrare negli altri ambienti. Poi la grotta vera e propria, buia, nascosta, che ha protetto i suoi tesori per millenni. È stata scoperta ufficialmente nel 1949. Prima solo pochi isolani ne conoscevano i segreti e ne tramandavano la leggenda. Incisioni e pitture che provengono direttamente dal buio della storia: figure di uomini che danzano e animali che cambiano col passare del tempo. Dagli animali terrestri si passa a quelli marini. Pesci, forse tonni, a indicare il cambiamento di paesaggio, la salita dell’acqua, la terra ferma che torna isola. Sono raffigurati anche alcuni idoli, con forme che ricordano fiaschette o violini, tipiche del culto della dea madre, lo stesso di Creta, della Spagna, di Malta. Tracce che illuminano con brevi, piccoli squarci di luce la storia più remota, quella ancora poco conosciuta. L’altra faccia della vicenda umana, quella che si cela sotto il fondo degli oceani, nascosta sotto le acque dei mari, tra la sabbia dei fondali. Resti sommersi di antiche strutture che riemergono dagli abissi come fantasmi per riscrivere una storia dimenticata. Ci parlano di una civiltà perduta, rimasta senza nome, cancellata dalla furia delle acque. Canale di Sicilia, qui cambiava il mondo Chissà che non fossero qui le Colonne d’Ercole di cui parla Platone. Punto di forza del racconto del filosofo greco, molti collocano quest’area geografica a cavallo tra il Mediterraneo e l’Atlantico, nello stretto di Gibilterra. Lo studio di un italiano, il giornalista Sergio Frau, presentato all’Accademia dei Lincei, tuttavia, racconta qualcosa di molto diverso: ipotizza) che le Colonne d’Ercole si trovassero In un punto tra la Sicilia e l’Africa. “La ricerca ha portato a individuare una prima posizione delle Colonne d’Ercole nel Canale di Sicilia”. “Colonne che finiranno, poi, a Gibilterra. Questa collocazione manda a posto otto o nove autori antichi, Platone compreso. AI di là delle Colonne d’Ercole c’era una grande isola, da questa si arrivava ad altre isole e la terra che tutto circonda. E’ probabile che l’isola di Atlantide di cui ci parla Platone fosse la Sardegna. E se, invece, il mitico continente perduto si fosse trovato proprio nel Canale di Sicila? Lo sostiene un altro ricercatore italiano, Alberto Arecchi. Lo studioso è partito da una domanda: se migliaia di anni fa, a causa della glaciazione, le terre emerse erano diverse da come sono oggi, è possibile che nel Canale di Sicilia esistessero regioni in grado di ospitare una civiltà avanzata? Se Atlantide era lì, il Mediterraneo finiva all’altezza di Malta e Pantelleria. Questo sarebbe il Mediterraneo orientale: “II Mediterraneo occidentale era un altro mare. Era quello che Platone chiama il mare aperto che poi è circondato dal continente. Il centro di Atlantide, il cuore della città, si sarebbe trovato in quello che oggi per noi è il Canale di Sicilia”.

Teoria ardita

La Sardegna e la Corsica erano unite, il Po aveva la foce molto più a sud, Malta era collegata alla Sicilia così come le isole Egadi e la Sicilia alla Calabria attraverso lo Stretto di Messina. Lampedusa, invece, avrebbe fatto parte della costa africana. Per questo si è cominciato a pensare che in questa zona la geografia del Mediterraneo potesse essere diversa. E potesse anche ospitare un’antica civiltà, mitica e prospera. “Prima che le acque degli oceani salissero, in epoca antica il Mediterraneo era chiaramente staccato rispetto agli oceani”, spiega il docente. livello dell’acqua non poteva essere lo stesso, perché il debito del Mediterraneo è negativo, ossia c’è più evaporazione che non apporto. Ancora di più nel periodo della grande glaciazione quando tutti i fiumi provenienti da nord erano praticamente inattivi”. Atlantide, dunque, si sarebbe trovata tra due bacini, nelle terre emerse del Canale di Sicilia. Una grande pianura attaccata all’Africa e una nuova isola al largo di Malta. Il canale, formato da una parte da Malta e dall’altra dall’isola di Atlantide, avrebbe creato le mitiche Colonne d’Ercole, o d’Eracle come le chiama Platone. Avrebbero dato accesso a un grande golfo, profondo oltre mille metri. Intorno a quest’ultimo, protetto da una va-sta isola, sarebbe sorta una civiltà fiorente, fondata da una stirpe probabilmente libica. Pantelleria e le isole Pelagie, comprese Lampedusa, Linosa e la stessa Malta, non sarebbero altro che i resti di quel sistema. Un sistema che sarebbe stato distrutto da un cataclisma: un’immensa catastrofe marina che avrebbe portato alla riunificazione del Mediterraneo con conseguente distruzione di Atlantide.

Pareri scientifici contrastanti su Atlantide

L’idea che in quest’arca geografica ci fosse un braccio di mare completamente diverso da quello di oggi e che, in qualche maniera, fosse localizzato qui un continente scomparso, è sicuramente ricca di suggestione. Carmelo Monaco, geologo dell’università di Catania, ritiene, però, che “l’ipotesi, pur affascinante, non sia plausibile dal punto di vista scientifico. Studi condotti da equipe internazionali, finanziati anche dall’Italia, in particolare dall’allora ministero della Ricerca, hanno dimostrato chiaramente che circa cinque milioni di anni fa il Canale di Sicilia esisteva giù. Quindi non c’era più un ponte naturale fra l’Africa e la Sicilia. Cinque milioni di anni fa inizia a formarsi una fossa tettonica, il cosiddetto rift di Pantelleria, che separa definitivamente l’Africa dalla Sicilia”. L’assenza sull’isola di evidenti opere megalitiche come, ad esempio, quelle della vicina Malta sarebbe un’altra tesi a sfavore della presenza in questi luoghi di un’antica civiltà perduta. Secondo Sebastiano l’usa, sovrintendente del mare della regione siciliana, “è vero che non c’è nulla di simile al megalitismo e ai grandi templi maltesi, tuttavia ci sono alcuni indizi di carattere architettonico. Penso che nello spazio di mare tra l’arcipelago maltese e il sudest ragusano della Sicilia ci possano essere sorprese archeologiche notevoli. È stato certamente emerso grossomodo fino al neolitico, quindi fino a circa ottomila anni fa. In questo spazio, oggi sommerso, la ricerca futura potrà dare risultati eccezionali. Potremmo trovare le testimonianze di questo passaggio ma anche degli insediamenti intermedi”.

Fondali ancora da esplorare

Malta è una chiave importante per la ricerca di Atlantide. L’isola fa parte di quella civiltà megalitica che ha disseminato l’Europa di opere imponenti realizzate tutte nello stesso periodo. Strutture che sono state erette nel corso dl interi millenni, prima che venissero perse le tracce delle civiltà che le costruirono. In Inghilterra Stonehenge, probabilmente il sito megalitico più famoso al mondo, comincia a essere costruito intono al 3100 avanti Cristo. In Francia, a Camac, sempre nello stesso periodo, vengono posizionati 1099 menhir di grandi dimensioni. Più a meridione, in Egitto, è in costruzione la Grande piramide, opera eretta circa 4.500 anni fa. Non solo, in Sardegna è già attiva la civiltà che costruirà i nuraghi e l’Africa occidentale regi-stra straordinari esempi di siti megalitici. Perché in Sicilia non è apparso niente del genere? E possibile che l’isola nasconda sotto le acque del suo mare qualcosa che potrebbe riscrivere la storia più an-tica? Cosa riposa altre il muro dei 50 metri di profondità? “Oltre questa frontiera della batimetrica, quindi oltre la profondità entro la quale i subacquei amatoriali in passato hanno fatto di tutto e di più, c’è un mondo tutto da scoprire”, afferma a questo proposito Tusa. Che aggiunge: “Recentemente, ad esempio, abbiamo effettuato come Sovrintendenza del mare regione siciliana una ricerca con una fondazione americana nella zona a sud di Panarea. In una settimana di ricognizioni abbiamo trovato quattro relitti integri a circa 100 metri di profondità, in un piccolissimo spazio di mare. Questo la dice lunga su ciò che c’è ancora da scoprire sia nel campo dei relitti sia in quello delle città o delle architetture sommerse”.

Il sottovalutato effetto tsunami

Quante civiltà antiche sono state distrutte da una catastrofe naturale. Di quante dobbiamo ancora scoprire i resti, cancellati per sempre da un terremoto o da un maremoto. Ancora non lo sappiamo, ma forse la nuova frontiera da studiare sono gli tsunami o meglio i megatsunami. Come, ad esempio, quello documentato in uno studio dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che ha ricostruito, attraverso un paziente lavoro di ricerca, la genesi di un enorme maremoto che avrebbe colpito gran parte del Mediterraneo fino ad arrivare In Medio Oriente. “Circa ottomila anni fa il fianco orientale dell’Etna è franato in modo cataclismatico”, spiega Marco Neri, primo ricercatore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. “Una parte importante di questa montagna – racconta – è franata in mare: circa 30 chilometri cubi di materiale sono fluiti all’interno del bacino dello Ionio. Questo ha generato un enorme tsunami che si è progressivamente espanso per tutto il bacino orientale del Mediterraneo, per poi arrivare, dopo poche ore, a Malta e, quindi, anche sulla costa egiziana, fino in Siria, dopo circa otto-nove ore. Questo tsunami deve avere generato distruzioni lungo le coste che ha colpito”. Anche sulle nostre coste Un disastro di proporzioni immani che solo dopo ottomila anni cominciamo a conoscere. È possibile che abbia cancellato uno civiltà presente nel Canale di Sicilia? “Un elemento che è stato molto sottovalutato nella spiegazione di alcuni fenomeni archeologici e storici è proprio l’impatto che alcuni eventi catastrofici come i terremoti, ma soprattutto gli tsunami, ebbero sulle civiltà antiche”, spiega Tusa. “AI momento – conclude – non abbiamo la possibilità di collegare l’evento catastrofico con elementi di carattere archeologico. Ma è certamente qualcosa da fare. Anche perché sappiamo che ci sono mutamenti culturali che generalmente vengono spiegati come migrazioni, invasioni, distruzioni, assedi e quant’altro. Molto spesso sono, invece, da spiegare con catastrofi ambientali che creano uno iato e quindi si ricomincia da zero. Per cui l’effetto tsunami è fondamentale per studiare le civiltà antiche”. È possibile che in epoche lontane un gigantesco maremoto abbia creato onde che avrebbero distrutto un’intera civiltà? Cosa non conosciamo ancora delle grandi catastrofi della storia più remota? La ricerca di Atlantide continua…

Share.

Leave A Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.