Alla vigilia del nostro referendum sulla Costituzione, torniamo alle origini di una consultazione popolare nata nell’antica Roma che si chiamava plebiscito. La riportò in auge Napoleone Bonaparte quando si autoproclamò imperatore.

II 2 giugno 1946 gli italiani andarono alle urne per esprimere liberamente la propria opinione: il referendum chiedeva di scegliere tra la monarchia dei Savoia e la repubblica. Vinse quest’ultima con oltre il 54 per cento dei consensi. A sinistra: il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi vota al scudo elettorale.

Oggi per chiederlo servono 500mila firme

II referendum abrogativo in Italia è regolato dall’articolo 75, che recita così: “È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto. di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum».
Il referendum è un istituto giuridico con cui si chiede direttamente al popolo di decidere in merito a una determinata questione. Il suo “nonno” è stato il plebiscito, anche se tra le due formule ci sono notevoli differenze. Quest’ultimo, che in origine era una istituzione politica della repubblica romana poi abbandonato per secoli, è stato usato per la prima volta in epoca moderna da Napoleone. Nei primi mesi dell’anno 1800, infatti, il futuro imperatore dei francesi, dopo aver preso il potere con il colpo di stato del 18 Brumaio (9 novembre 1799) ed essersi autonominato primo console, aveva varato assieme agli altri due consoli (Seyes e Ducos) la cosiddetta Costituzione dell’anno VIII Pur essendo già la persona più potente della Francia non si sentiva abbastanza sicuro e volle una sorta di consacrazione da parte del popolo: sottopose così la Costituzione a una votazione popolare tramite appunto un plebiscito (anche se la parola sembra essere stata usata per la prima volta solo nel maggio 1805 dal ministro degli esteri Talleyrand: prima si usava la formula “liberi voti”).

L’esito fu favorevole a Napoleone in modo schiacciante, anche perché solo una piccola quota dei francesi aveva il diritto di votare. In realtà, per i votanti non si trattava affatto di esprimere liberamente la propria volontà, quanto piuttosto di riconoscere e confermare, a cose fatte, l’iniziativa politica di chi era già il detentore del potere. Avendo trovato questa comoda strada per legittimare le sue decisioni più importanti, Napoleone vi ricorse ancora nel 1802, quando si trattò di confermare la sua trasformazione da primo console a console a vita, e poi ancora due anni dopo, quando volle apporre un sigillo “popolare” alla sua proclamazione a imperatore: andarono però a votare solo poche centinaia di migliaia di persone, tutte appartenenti alla borghesia.

Nel 1851 anche suo nipote Napoleone III usò lo strumento del plebiscito per dichiarare che la sua scalata al potere era voluta dai francesi. La verità era che le votazioni erano controllate dalla polizia e gli esiti non solo erano scontati, ma addirittura favorevoli in modo schiacciante alle proposte governative. Nella seconda metà dell’Ottocento il concetto di
plebiscito cominciò a cambiare: non venne più usato per una conferma a posteriori di una scelta politica particolare, ma per suggellare un cambiamento importante nella storia di un popolo. Così fu fatta l’Italia Furono plebisciti quelli che sancirono l’annessione al Regno di Piemonte della Lombardia, della Toscana e delle altre regioni dell’Italia centrale e infine del Regno delle Due Sicilie, portando

REFERENDUM POPOLARE

alla nascita del Regno d’Italia il 17 marzo 1861. In tutte queste circostanze si votò con il suffragio universale, che però riguardava solo i maschi adulti sopra i 21 anni (le donne quindi erano escluse). L’esercizio del diritto di voto era sentito come prendere parte a un rito collettivo speciale: la celebrazione dell’identità nazionale ritrovata.

CIRCOSCRIZIZONE

1-2 MARZO 1860. Re Vittorio Emanuele II riceve la delegazione con il risultato del plebiscito per l’annessione della Toscana al Regno d’Italia. Dei 534mila aventi diritto, votarono circa 386mila, con 366mila “sì”.
Monarchia o repubblica? Il primo vero referendum della storia nazionale però è stato quello del 2 giugno 1946, quando quasi 25 milioni di italiani andarono alle urne per scegliere se il nostro Paese doveva restare una monarchia o trasformarsi in una repubblica. I voti a favore di quest’ultima furono 12.717.923, pari al 54,3 per cento dei votanti, mentre gli elettori che si espressero per la monarchia furono 10.719.284, ossia il 45,7 per cento. Secondo alcuni studiosi, proprio per la sua eccezionalità e unicità, il voto del 2 giugno di diritto dovrebbe essere assimilato a un plebiscito piuttosto che a un normale referendum. In ogni caso, il 1° gennaio 1948 entrava in vigore l’attuale Costituzione della Repubblica, che introduceva esplicitamente l’istituto del referendum. Secondo la Costituzione, il referendum è essenzialmente abrogativo, cioè serve a cancellare una legge che è già stata approvata dal Parlamento.

Gli svizzeri ne hanno fatti 537

La piccola repubblica elvetica ha una forte tradizione di autogoverno e quindi si fa frequente uso del referendum, che può essere lanciato pure da un semplice cittadino, anche residente all’estero, e per il quale occorre raccogliere solo 50mila firme. Dal 1875 a oggi il popo-lo svizzero ha votato 537 volte, accettando 257 leggi e rifiutandone 280.

Share.

Leave A Reply