Li abbiamo visti da poco su Rai 1 in una serie intitolata I Medici, masters of Florence che ha avuto il merito di incollare allo schermo sei milioni e mezzo di telespettatori a puntata. Per guanto non sempre fedele alla storia, la fiction ha mostrato gli stretti legami che intrecciano la storia dei Medici a quella di Firenze, da loro governata dal primo Quattrocento fino al 1737.

Le origini della casata risalgono a poco dopo l’anno Mille, quando un certo Medicus (soprannome che sembra dovuto alle sue capacità di guaritore) appare nelle fonti come feudatario nella vallata del Mugello. I suoi discendenti, noti come Medici, si distinsero nelle vicende fiorentine del Duecento e del Trecento, ma fu solo con Giovanni di Bicci alla fine del XIV secolo che iniziarono a far parlare di sé come banchieri.

Giovanni di Bicci

Nacque nel 1363, appena tre anni prima della morte del padre, un mercante di lana, e una volta cresciuto andò a lavorare nella banca dello zio Vieti de’ Medici, dove diede prova delle sue capacità diventando presto responsabile della filiale di Roma. Alla morte di Vieti nel 1385 rilevò la banca e nel 1397 la trasferì a Firenze. Qui i grandi istituti di credito del Trecento erano crollati per investimenti sbagliati o motivi politici, creando nuovi spazi.

Il vero colpo di genio di Giovanni, però, fu quello di Usi amico di Giovanni XXIII, al secolo Baldassarre Cassa, uno dei tre papi che si reclamavano contemporaneamente il soglio pontificio nei torbidi anni finali del Grande Scisma d’Occidente (1410-1414). Questi aveva bisogno di soldi per contrastare i suoi rivali e concesse al giovane banchiere la gestione delle sue finanze. Non durò a lungo: Giovanni XXIII, come gli altri due papi, venne condannato come antipapa e deposto dal Concilio di Costanza del 1414, ma lo stesso Concilio lasciò ai Medici il privilegio di una parziale gestione della Camera Apostolica (come si chiama all’epoca il “ministero del Tesoro” della Curia papale), e ciò consentì loro di disporre sempre di una buona liquidità.

Il segreto del successo

La banca dei Medici funzionava come una holding moderna: non si occupava solo di prestare soldi a interesse, ma controllava una serie ramificata di attività, che andavano dal commercio della lana a quello dell’allume (importantissimo nella lavorazione dei tessuti perché permetteva di fissare i colori sulla stoffa), dai cavalli ai gioielli, alle spezie e così via. Un’importante decisione strategica fu quella di aprire filiali nelle città più importanti: a Venezia nel 1402, seguita da un’altra a Napoli, a Gaeta e a Ginevra.

Venne invece abbandonato l’Oriente e non ci si spinse troppo a nord in Europa (evitando così lo scontro con la potente Lega Anseatica, che univa tutte le città più ricche del Baltico e del mare del Nord). I Medici cercavano di farsi clienti nelle classi sociali più alte e prestavano somme consistenti a chi deteneva il potere nella convinzione che ciò sarebbe stato d’esempio anche agli altri. I loro dipendenti erano 17, dei quali 5 lavoravano nella sede centrale di Firenze.

I più ricchi d’Europa

I guadagni dei Medici erano imponenti e giustificano la convinzione degli storici che fossero la famiglia più ricca d’Europa, sicuramente più di molte casate regnanti (come per esempio quella inglese dei Tudor). Tra il 1397 e il 1420 i profitti del Banco Medici furono di 151.820 fiorini, ma nei quindici anni successivi salirono fino a 186.382 per esplodere a 290.791 tra il 1435 e il 1450. Un totale di quasi 630mila fiorini, di cui 440mila toccarono ai componenti della famiglia. È stato calcolato che l’impiego di questa enorme ricchezza nelle attività finanziarie (prestiti) dava un rendimento medio sul lungo periodo di circa il 18 per cento (con punte annue lino al 42), ben superiore al rendimento del 15 per cento tipico degli investimenti commerciali.

Uno degli usi più redditizi che i Medici fecero di questa grande liquidità fu quello di finanziare il debito pubblico di Firenze. Tra il dicembre del 1430 e l’agosto 1432 lo stato fiorentino si fece prestare 560mila fiorini, metà dei quali furono forniti da quattro banche: i Pazzi, i Lamberteschi, gli Strozzi e i Medici. Lo stato pagava interessi annui tra il I 2 e il 30 per cento. Alla sua morte, Giovanni lasciò un patrimonio di 180mila fiorini e una delle ragioni del successivo potere dei N ledici fu che i due figli, Cosimo (a cui toccò la guida della famiglia) e Lorenzo, non si separarono, come invece accadeva di solito spartendosi il capitale della famiglia.

Cosimo, il padre della patria

Fu il figlio primogenito di Giovanni di Bicci, Cosimo a controllare davvero la vita politica di Firenze. Ma prima dovette vincere lo scontro con la fazione  nobiliare, guidata dalla famiglia degli Aibizi, il cui capo riuscì a imprigionarlo nel 1432 con l’accusa di alto tradimento. Corrompendo i membri della Signoria, Cosimo, fece commutare la pena di morte con l’esilio e dopo un anno trascorso a Venezia riuscì, sempre attraverso la corruzione, a ottenere l’elezione di una Signoria a lui favorevole, che lo richiamò in patria, cacciando gli Albizi.

Cosimo segui una strategia molto prudente: senza mai esporsi in prima persona, faceva eleggere alle cariche più importanti uomini a lui fedeli. In questo modo si trovò a controllare la città, pur rispettando formalmente le libertà repubblicane: non solo riuscì ad avere il consenso della classe borghese, ma anche degli strati sociali più poveri. Uno dei suoi successi maggiori in politica estera fu l’alleanza con Francesco Sforza, duca di Milano, nel 1447: un cambiamento radicale, visto che Milano era nemica di Firenze da oltre un secolo, che permise di arrivare alla Pace di Lodi nel 1454. In Italia si aprì un cinquantennio di pace che permise la fioritura del Rinascimento nel campo delle arti. Lo stesso Cosimo fu un grande mecenate e protesse i maggiori artisti del tempo, da Donatello a Brunelleschi.

Piero il Gottoso

Morto Cosimo nel 1464, gli successe il figlio Piero. Il cambio avvenne senza scosse. Pur essendo malato di gotta, Piero riuscì a governare e fu saggio. Dal suo matrimonio con Lucrezia Tornabuoni nacquero cinque figli, tra i quali il più famoso personaggio della dinastia dei Medici: Lorenzo, detto il Magnifico.
La prima filiale a crollare fu quella di Londra per i prestiti concessi al re Edoardo IV. Questi, quando scoppiò la guerra delle Due Rose tra le due principali casate inglesi, quella di York (la sua) e quella dei Lancaster, non riuscì a ripianare il suo debito. Le perdite furono di oltre 51mila ducati. Nel 1478 fu la volta della figlia di Ines, trascinata alla rovina dalla gestione disastrosa di Tommaso Portinari, che aveva dato credito al duca di Borgogna Carlo il Temerario: qui le perdite ammontarono a 70mila ducati. Nel 1494 infine fu la filiale di Milano a essere chiusa, sempre per l’eccessivo credito concesso al duca di Milano.

Lorenzo il Magnifico

Nel 1469 il potere passò a Lorenzo il Magnifico. Questi si dedicò con passione alle arti, alla filosofia e alla cultura, ma fu anche un acuto politico e lavorò con grande abilità per mantenere l’equilibrio tra gli stati italiani garantendo pace e benessere nella penisola. Per sua stessa ammissione, però, le sue capacità imprenditoriali non erano altrettanto sviluppate. In-fatti non controllò i responsabili delle filiali della sua banca, che concessero prestiti eccessivi a diversi sovrani senza riuscire a farsi restituire i soldi.
La fine della dinastia

Lorenzo, ago della bilancia della politica italiana, era morto da due anni. A capo della famiglia c’era ormai l’inetto Piero, che cedette senza dignità al re francese Carlo VIII quando questi pretese di passare impunemente per il territorio di Firenze nella sua discesa verso Napoli. Allora il popolo di Firenze, istigato dal frate domenicano Savonarola, insorse e cacciò i Medici instaurando una nuova Repubblica.

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